Chiudi

Morire d’invidia

Di Arnaldo Affricani

Facebook Twitter LinkedIn Posta elettronica WhatsApp Telegram
Morire d’invidia
Novità
ISBN
978-88-3309-060-3
Co-edizione
-
Genere
Narrativa
Materia
-
Collana
Contados n° 6
Anno edizione
2019
Luogo edizione
Ghilarza
Supporto
Cartaceo
Pagine
144
Rilegatura
Brossura con lembi e cucitura filo refe
Dimensioni
15 x 21 cm
Peso
-
N° volumi
1
Illustrato
No
Lingua di pubblicazione
Italiano
Lingua originale
-
Lingua a fronte
-
Allegato
-
Scolastico
No
Disponibilità
In commercio
Distribuzione

12,00 €

L’Autore ripercorre le suggestioni del periodo post-bellico, servendosi dei racconti di famiglia e dei pettegolezzi del vicinato, per cercare traccia di quel “mal comune” che fa della Sardegna la patria dell’invidia. Un percorso lungo oltre mezzo secolo, attraverso il quale l’isola passa da una condizione di indigenza a una di appagante benessere, diffuso soprattutto tra i ceti medio-alti della popolazione.

Complici di questa metamorfosi sociale furono, senza dubbio, gli Alleati e in modo particolare gli americani che con la Fondazione Rockefeller, costituita per l’eradicazione della malaria e il Piano Marshall (European Recovery Program), gettarono le basi per una rapida ascesa economica. Icasticamente, agli americani bastarono tre lettere per la ricostruzione (ERP) e tre lettere (DDT) per risolvere il problema della malaria, ma nulla poterono contro il dilagare dell’invidia e dell’egoismo che la loro presenza e il loro stile di vita avevano alimentato. Un autentico demone che poneva in ombra le virtù di un popolo conosciuto e apprezzato per generosità e ospitalità.

Solo la presenza di un tenace prete di campagna, profondo conoscitore dei mali dell’umanità, riuscì ad arginare e talvolta a inibire il male oscuro che si insinuava nell’animo dei suoi fedeli. Egli era anche un profondo oppositore dei luoghi comuni e le asserzioni, anche di prestigio, che contribuivano a relegare la Sardegna dentro uno scomodo aggettivo. E chi gli domandava quale fosse il vizio capitale al quale i sardi erano particolarmente inclini, rispondeva sempre con sagace ironia: su fàmini, la fame. E del resto, come si poteva dare ragione a chi sosteneva d’aver visto più cristiani cadere per l’invidia che per la malaria, in un’epoca in cui c’era veramente poco da invidiare?

A tratti ironico e divertente, ma a volte cinico e disincantato, il libro scova e pone in risalto il germe dell’invidia tra le varie componenti sociali: dall’indigenza cagliaritana, rappresentata dal rancoroso Monetta, passando per l’irriverente Paolletto e un politico senza scrupoli, e poi, ancora, per la conturbante Gisella, per poi finire col saggio prete di campagna, profondo conoscitore dell’animo umano e guida spirituale di un giovane apprendista psicologo. In una a tratti scorrevole carrellata di personaggi, presi in prestito da cronache e testimonianze del secolo scorso, serpeggiano l’invidia e la sua natura inestirpabile e polivalente, che attraversano tutte le epoche e ogni contesto sociale. Ma che, alla fine…